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Jumanji: The Next Level – Recensione

Jumanji: The Next Level – Recensione

Il sogno di un videogamer? Dismettere i suoi panni, anche solo per un attimo, per indossare quelli del suo avatar e calarsi, nella realtà virtuale, del proprio gioco preferito. Questo è ciò che realizza Jumanji, già apprezzato dal grande pubblico (poco dalla critica) nel reboot del 2017 (Jumanji- Benvenuti nella giungla).

Il concetto sostanziale è doppiato nel 2019, in Jumanji: The Next Level. Protagonisti indiscussi sono sempre Dwayne Jonhson (il dott. Smalder Bravestone), Karen Gillan (Ruby Roundhouse), Jack Black (dott. Sheldon Oberon) e Kevin Hart (Franklin Finbar). Una menzione speciale merita il duo comico di questa pellicola: Denny DeVito e Denny Glover. Il film si apre con uno Spencer (Alex Wolf) totalmente in crisi. Dopo la fine delle scuole superiori tutta la sicurezza acquisita, ha lasciato spazio a un ragazzo fortemente in contrasto, diviso tra aspettativa e realtà.

Per timore e senso d’inadeguatezza, vive il rapporto con gli amici in modo complicato. Con il risultato che si trova a scavare un solco profondo, che lo separa “anni luce” da Fridge (Ser’Darius Blain) e Bethany (Madison Iseman). Atteggiamento che trova, poi, ripercussioni negative, conseguentemente, anche su Martha (Morgan Turner). Unico mezzo per ritrovare sicurezza è, dunque, il dott. Smalder Bravestone, dando il via allo snodo del film che lo vede ritornare dentro la realtà virtuale di Jumanji.

Ma si sa, spesso il destino ha uno strano modo di istruire sulle cose della vita e, persino in un film di base ludico, il messaggio arriva chiaro: nessuna scorciatoia. La medesima lezione, apprenderanno anche il nonno Eddie (Denny DeVito) e il suo amico Milo (Denny Glover). Giovinezza e vecchiaia tendono ad assomigliarsi per una ragione: vengono entrambe rifiutate, ma per motivi diversi. Spencer odia il senso d’insicurezza che l’inesperienza possiede per definizione. Ha un atteggiamento emotivo, in cui è tipico avvertire il senso di “fregatura” profondo che vive.

È come se avesse atteso la fine di un ciclo da una vita (le scuole superiori), per poi scoprire che il liceo, in realtà, non è mai terminato.  Si è sentito veramente appagato solo quando ha potuto essere qualcun altro (il dott. Bravestone). Spencer ritorna in Jumanji con l’obiettivo di ritrovare se stesso, dopo aver sentito riaffiorare le sensazioni di benessere lasciate nel virtuale. Bravestone è in antitesi con il suo essere “piccolo e pieno di risorse”, come lui stesso afferma nel corso della pellicola.

Il suo personaggio sottintende un faticoso adattamento alla vita, reso possibile dal farsi largo con difficoltà. Il suo avatar è l’allegoria di un uomo che, di contro, risponde con facilità alle sfide del mondo. Con l’approssimarsi della vecchiaia inizia, invece, la fase di rigetto. Il tempo diviene quasi un nemico invisibile che si porta via, pezzo per pezzo, tutte le sicurezze acquisite con l’età adulta. Il rischio è di restare, quindi, ancorati al passato, cosa che il nonno di Spencer, Eddie, fa ripetutamente.

Non smette di dire al nipote quanto sia “uno schifo” invecchiare e, in effetti, come dargli torto: articolazioni doloranti e un corpo che non risponde più agli impulsi della mente. Inizia a venire meno la corrispondenza tra il volere e il poter fare.  Alla fine dell’avventura anche il vecchio Eddie, però, avrà appreso una lezione importante: invecchiare non è per tutti. Invecchiare è un privilegio. In un film di puro intrattenimento, come questo, il concetto è esposto in modo semplicistico e rapido. L’impostazione generale è quella classica, da videogioco, in cui gli eroi, dotati di capacità fuori dal comune, arrivano all’obiettivo finale della partita.

Ci si focalizza sugli effetti speciali e sulla forza della comicità trainante che genera il vestire i panni dell’opposto (Eddie-Bravestone). Il regista (Jake Kasdan) ha creato un mondo fantastico. La porta d’accesso al livello successivo di quest’ universo video ludico, è segnalata dal solito jingle, preludio alle prove da affrontare, conducendo, ogni volta, in un’ambientazione differente.  Dalla giungla, al deserto, alla savana, sino ad arrivare, all’ultimo livello, tra i ghiacci del nord, in cui si consuma la resa dei conti. Un finale emozionante dove gli eroi fronteggiano il nemico di quest’arco narrativo, Jurgen il Bruto.

L’antagonista è interpretato da una vecchia conoscenza per tutti gli appassionati di Game of Thrones, Rory McCann (il Mastino). Rintracciare difetti in questa pellicola è abbastanza semplice: dialoghi non esattamente brillanti, una comicità inflazionata che tocca le corde dell’ovvietà. Se poi si cade nell’errore di paragonare questo Jumanji alla creatura degli anni 90, i difetti assumono bibliche proporzioni. Questa pellicola è, certamente, un’altra cosa. È un’evoluzione, imperfetta e, magari, farà storcere il naso a molti, ma che conserva il pregio di essere un prodotto d’intrattenimento che non ci sta nemmeno a proporsi o, ad accostarsi all’originale.

Per cast, intenzioni, simpatia, finalità il giudizio è, comunque, positivo. Andare a vedere Jumanji: The Next Level, vuol dire trascorrere 122 minuti di spensieratezza. Il film ci promette evasione e quello ci dà. Attendete, però, la fine dei titoli di coda, perché già là potremmo avere il sentore di come la pellicola, naturalmente, evolverà. Il tutto per spremere ciò che si può ottenere, ancora, da un franchise, in cui il solo limite sarà l’esaurirsi naturale della narrazione.

VOTO

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