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The Promised Neverland (Anime) – Recensione

Se la nostra vita fosse un anime giapponese, ci potremmo solo augurare che quell’anime non sia The Promised Neverland.

Il genere è psicologico/ fantasy/ thriller, una tipologia sicuramente inflazionata di questi tempi. Quando credevamo, però, che tutte le strade del caso fossero state esplorate, ecco che arriva una storia assolutamente originale, in grado, ancora, di stupire. Il filo conduttore che la rende accattivante è il senso di disarmo che instilla nello spettatore. Questo accompagnerà nella visione di tutte e dodici le puntate che compongono la prima stagione in onda su Netflix.

L’opera tratta dall’omonimo manga, firmato da Kaiu Shirai per la creazione del soggetto e da Posuka Demizu per i disegni, è tuttora in corso di pubblicazione in patria sulla rivista Weekly Shōnen Jump della Shūeisha.

Che cosa accadrebbe se le certezze che ci definiscono, crollassero improvvisamente? E se, peggio, queste certezze fossero basate sull’inganno, quale sarebbe la portata dell’impatto emotivo da affrontare? A questi e ad altri interrogativi l’anime tenta di dare una risposta, a modo suo, senza peccare in pretenziosità.

La prima puntata spiega chiaramente la narrazione. I ruoli dei personaggi sono netti, in modo da creare un confine tra bene e male. I protagonisti sono Emma, Ray e Norman. Nonostante i loro 11 anni, il tutto ci riporta a una situazione fin troppo matura. Undici anni sono realisticamente troppo pochi per pensare di fare anche solo un decimo di quel che vedrete ma, anche questo, è un elemento che conferisce “fascino” all’opera nella sua globalità.

Dopo lo straniamento iniziale, non vediamo più dei bambini ma riconosciamo il valore della splendida “partita a scacchi” che The Promised inscena, apparecchiandola per bene, in modo da poter apprezzare ogni singolo pensiero, strategia, finzione. I ragazzi protagonisti sono orfani e già questo elemento non depone, certo, a loro favore (anime anni 80 docent!). I tre vivono in un orfanotrofio stile vittoriano, l’unica casa che abbiano mai conosciuto e amato, con l’unica figura adulta di riferimento non solo pratico, ma, soprattutto, affettivo: l’istitutrice Isabella (イザベラ Izabera), chiamata affettuosamente ”mamma”.

Sarebbe tutto splendido e quasi “disneyano” se non fosse palpabile, sin da subito, la sensazione che la fregatura sia in attesa dietro l’angolo. A muovere gli eventi sarà l’adozione di Connie, una delle ragazzine dell’orfanotrofio e un pupazzo di pezza dimenticato che i nostri protagonisti cercheranno di far riavere all’amichetta, in barba a qualsiasi divieto di non oltrepassare i cancelli dell’orfanotrofio. Quando si tratta di infrangere le regole, però, ci sono sempre delle conseguenze da mettere in conto e, probabilmente, i tre ragazzi pagano il prezzo più alto. In quei frangenti concitati in cui l’incredulità fa a pugni con la realtà, perdono la loro innocenza.

Questo evento segnerà l’ingresso nel mondo degli adulti. Ovviamente nel modo più traumatico possibile. Per questo, di seguito, il dato anagrafico dei protagonisti sarà accessorio e funzionale solo a un dato di logicità di trama. La fotografia è molto fredda e tende a “diluirsi” nel grigiore generale. Solo i colori di Emma virano dall’arancione, al verde acceso degli occhi in quanto, rappresenta, a dispetto di tutto, la purezza dell’infanzia che persiste. Al contrario di ogni logica che imporrebbe di pensare al proprio benessere, lei conserva un senso di solidarietà molto profondo che attira, inevitabilmente, sia Norman (la mente del trio) che Ray (il “Vegeta” della situazione per carattere e ambiguità).

Non solo, attorno alla ragazzina gravita il resto dei suoi fratelli e sorelle. Lei è la chiave per tutti, protagonisti e non, di restare ancorati a un senso di umanità riconosciuto dai valori che ci rendono tali: altruismo, famiglia, tolleranza. Le ambientazioni non sfuggono al senso costrittivo che l’opera vuole trasmettere e, a dispetto, degli ampi spazi in cui i personaggi hanno libertà di muoversi, tutto è asfissiante.

La tutela degli adulti (la mamma) si rivela una guardia serrata; le attività di studio cui i ragazzi sono sottoposti, una mossa finalizzata che nulla ha che fare con il loro interesse. The Promised Neverland è un’opera avvincente, vi si sciorina una serie di concetti che invitano a porsi domande scomode e a quel punto, diviene inevitabile pensare a quanto della nostra umanità saremmo disposti a sacrificare per amore di sopravvivenza. Per intenzioni, storia, originalità, disegni, colonna sonora (opening ed endig, stupende) merita di essere vista.

Si possono rintracciare i suoi limiti, certamente, in un’accelerazione degli eventi, condensati e cuciti per rientrare nei dodici episodi programmati. Augurandoci che la seconda stagione sia adattata con maggiore fedeltà e che, magari, ci si prenda lo spazio di qualche episodio in più. Questo per spiegare per bene un’opera senza dubbio complessa. Non resta altro da fare che calarsi nelle atmosfere – a tratti dark – di The Promised Neverland e temere, sperare, perderci e ritrovarci con Emma, Ray e Norman.

VOTO

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